Storie di spogliatoio e di pranzi che uniscono ancora di più 

 

A volte, la nebbia di dicembre sul campo della Cluentina, oltre ad essere vapore acqueo così fitto che i difensori marcano i propri compagni per combattere la solitudine, è un denso trattato di filologia romanza che avvolge i fari come incenso in una cattedrale di fango. È la Vigilia di Natale e lo spogliatoio è addobbato con ghirlande di lacci e analisi logiche appese ai ganci. Al centro, Mister Raffaele Gesuelli, l’allenatore colto che cita Sartre e sciorina aforismi di Schopenhauer, non distribuisce panettoni ma corregge bozze sulla “subordinata nel gioco a terra”. Stasera l’allenamento si è concluso anzitempo. Non per le festività imminenti, sia chiaro, semplicemente perché un terzino ha usato un condizionale al posto di un congiuntivo. 

Al suo fianco, il Vice Stefano Massi Gentiloni Silverj, uomo curioso e attento, prende appunti su ogni refuso tattico e riempie la borsa dei medicinali con le boccette di Xanax da somministrare al mister in caso di arbitraggi di scarso livello grammaticale, mentre il figlio del Mister, Francesco Gesuelli (il terzino dal tocco nobile), ignora la sintassi paterna per tentare di vincere il campionato europeo di Playstation su uno schermo portatile. 

Dall’oscurità spunta Michele Lovascio, l’uomo ombra che appare e scompare tra i vapori della doccia come un fantasma dei Natali passati di Dickens, ridendo sotto i baffi per la vanità di Riccardo Cappelletti. Quest’ultimo, nonostante il freddo polare, si applica dosi industriali di gel sulle meches bionde, sperando che una stella cometa scenda solo per farsi un selfie con lui. Lovascio ha segnato tre gol in 32 minuti di gioco totali (si dice che tanta prolificità avesse attirato l’interesse dell’AD del Milan, sempre molto attento al risparmio e poco ai risultati) poi, a causa di un soffio di vento, è crollato a terra e si è rialzato con le stampelle. 

A vigilare sulla porta ci sono i “guardiani del miele e del genio”: Francesco Amico, talento incontenibile da “vita spericolata” che si infortuna solo a guardare un rinvio, e Roberto Pennesi, il ragazzo gentilissimo che cura ogni malanno dei compagni con i barattoli di miele dell’azienda di famiglia. Se qualcuno soffre davvero, entra Massimo Verdicchio, il massaggiatore-centometrista: se la squadra perde scatta come Bolt, se vince si muove con la flemma di un bradipo in pensione con l’indennità di accompagnamento. 

Al bancone dei massaggi, Matteo Di Marino lucida i calici con la precisione con cui profuma i palloni prima di un lancio jazz indossando una giacca di velluto che fa sembrare il fango circostante un tappeto rosso di Nizza. È in simbiosi – proprio come il bue con l’asinello – con Lorenzo Canuti che stringe il suo cappotto da “Piccolo Principe” mentre fissa una stella cometa che, a guardarla bene, somiglia ad un pallone calciato da Andrea Mancini. Il “Mancio”, poco distante, danza sulle punte spiegando ai bambini della scuola calcio che le sue punizioni alla Recoba non seguono le leggi della fisica, ma quelle della poesia. 

In un angolo, il capitano Marco Menghini, il “Picchiator Cortese”, legge Leopardi a un attaccante appena abbattuto. “Chiedo scusa per il perone,” sussurra con eleganza da commercialista, “ma la tua traiettoria offendeva il mio senso estetico”. L’avversario, commosso, gli chiede un parere sulla sua dichiarazione dei redditi prima di svenire tra le braccia di Andrea Pieristè, il bandito, che stava cercando di rubare i regali a Babbo Natale per il solo gusto della sfida fisica, convinto che la vita sia un arrembaggio continuo tra un cartellino rosso e l’altro. Il tutto sotto gli occhi della squadra “piccoli amici” ai quali, poco prima, Pieristè aveva spiegato che il cartellino rosso non è una punizione ma un premio alla carriera: “il giallo vale venti punti e il rosso cinquanta” – sostiene il difensore – “chi arriva per primo a mille punti vince un carrarmato vero”.  

Mentre Ousmane Ceesay, la “Piovra dal Mali”, arpiona il vassoio di dolci con i suoi tentacoli alla Toninho Cerezo, Michele Pagliarini stringe la sua ginocchiera come la coperta di Linus, notoria protettrice d tutti i difensori malandati. Più in là, Tommaso Montecchiari cerca un “centro di gravità permanente” nel caos del centrocampo e spiega ai suoi ragazzini che Babbo Natale non commette falli di reazione mentre Lorenzo Monteverde (il creativo con la ‘erre’ moscia) disegna formazioni sulla condensa dei vetri, interrotto dalla nipote Giulia che, per scaldarsi, insulta ferocemente un passante che somiglia vagamente ad un arbitro. Lorenzo Mogetta, invece, osserva tutto in un silenzio così assoluto da far dubitare della sua esistenza fisica: il Mister non ha ancora la prova scientifica che possieda le corde vocali. 

Ma la vera forza è nei “vardasci” della Juniores, gli eroi della Coppa Marche: Nicola Giannini, Francesco Gentili, Alessio Brizi, Tommaso Cetraro, Filippo De Stephanis, Daniele Francalancia e Federico Poloni. Insieme a loro, un po’ di qua e un po’ di là, il giovane Marco Acquaviva, il “Lancillotto del 2008” che sogna i gol dell’anno che verrà. Intanto Matteo Cullhaj invia un messaggio sulla chat di WhatsApp lamentando che la gioia natalizia e il rumore delle campane compromettono la sua produttività lavorativa, prima di sbagliare clamorosamente il taglio del torrone davanti a tutta la dirigenza. 

Davanti alla porta dello spogliatoio, pronto a tagliare la corda, c’è Leo Torresi che, nonostante il freddo, ha l’aria di chi è appena sceso da uno yacht a Nizza nel ’64 e ha ancora il sale negli occhi. Corre verso l’uscita senza fermarsi – perché fermarsi per lui è un concetto astratto – alla ricerca della festa più esclusiva delle Marche. 

Nonostante la sconfitta in casa contro il San Claudio, il pullman guidato da Aldo Pallotti — l’ex autista del Rettore che conosce scorciatoie ignote ai satelliti — arriva all’Abbazia di Fiastra. La squadra entra alla “Foresteria” in una bella atmosfera di festa. Il Presidente Massimiliano Marcolini, uomo di cinema e rock, cerca di mantenere un contegno austero e, mentre ripassa mentalmente “The dark side of the moon” dei Pink Floyd e “La corazzata Potemkin” di Sergej Ejzenstejn (ne possiede una copia personale donatagli dal maestro), i suoi vice lo accerchiano: Paolo Cerquetta, pronto ad aggiustare l’intera Abbazia con uno stuzzicadenti, e l’avvocato Paolo Ponzelli, che spiega che perdere ogni tanto fa bene alla salute come un piatto di fagioli e cotiche. Stefano Foresi, l’eminenza grigia della diplomazia, tra l’affettato e i cannelloni, tesse trame per la sua personale ascesa al trono della dirigenza e cerca qualcuno che gli presti un accendino. Al tavolo dello staff, il DG Fabio Acciarresi e il DS Andrea Mandorlini si scambiano battute feroci: Fabio rimarca la sua superiorità gerarchica minacciando licenziamenti immaginari, mentre Andrea – dopo aver ironizzato sul rapporto tra superiorità gerarchica e superiorità in centimetri di altezza –  insulta l’arbitro del giorno prima con una creatività che farebbe impallidire uno scaricatore di porto di Marghera. Intanto la contabile Miranda Marconi, dalla splendida chioma rossa, controlla che il numero dei panettoni quadri con il bilancio sociale. 

Un pranzo perfetto la cui organizzazione è curata da Cristian Pallotti, l’anima della festa e il geometra Filini della situazione. Lo si vede gesticolare freneticamente, il cellulare in una mano e un block-notes nell’altra, assicurandosi che ogni sedia sia perfettamente allineata e che ogni forchetta sia orientata a nord-est. “Tutto a posto? Nessuno è in ritardo, vero? I sogni dei piccoli calciatori sono al sicuro?” Al suo fianco, in qualità di inflessibile Cerbero del gusto, c’è Francesco Vallesi che, quando è lontano dall’organizzazione dei tornei giovanili, veste i panni del fiero custode del biglietto d’ingresso. “Senza invito non si entra!”, esclama perentorio. 

A vegliare sul banchetto, con un’eleganza da milord che farebbe invidia a James Bond, siede Enzo Cerquetta. Veste in maniera impeccabile, ogni piega della sua giacca è al suo posto, ogni capello è domato. Osserva il caos con un distacco regale, come se stesse partecipando a un ricevimento a Buckingham Palace. 

Poi c’è Severino Moretti, l’altro autista che, tra una curva e l’altra, potrebbe intonare un’aria d’opera che farebbe tremare i vetri del pullman. “Un bicchiere di rosso, prego! E magari un La bemolle maggiore per accompagnare l’arrosto!” esclama con una voce da tenore. 

E come dimenticare Matteo Principi, il calvo custode del suo adorato bulldog nero? Con una mano accarezza la testa lucida del suo cane e con l’altra lo trattiene, urlando: “Fermo, maledetto! Quel carpaccio è per gli umani, non per te! Smettila di sbavare sul tovagliolo!”  

A capo del tavolo, il coordinatore dell’area tecnica, Giorgio Gianferro, l’elegante estroso. Veste in modo così stravagante ma di classe che potrebbe essere scambiato per una rockstar in pensione. Con i suoi abiti vivaci e il suo atteggiamento giovanile, dimostra vent’anni di meno. “Ragazzi, la tecnica è tutto, ma lo stile non guasta mai!” esclama, facendo tintinnare il suo calice. 

Accanto a lui, Roberto Ruggeri, che coccola i suoi ragazzi come un papà sportivo. “Bravi, bravi! I miei ragazzi sono i migliori! Un brindisi alla loro salute e ai loro successi futuri!” esclama con orgoglio paterno. 

Nel frattempo, il grafico Pierfrancesco Zampi, l’instancabile tuttofare della Cluentina, non si limita a impaginare “Cluentum”: con la velocità di un razzo, cambia le lampadine, stura il lavandino, aggiusta il condizionatore e, tra un’impresa e l’altra, impagina mentalmente il menu come se fosse l’ultimo numero del magazine patinato. “Piatti, font 12! Antipasti, grassetto! Primi, corsivo!” mormora tra sé e sé. 

Mauro Riccucci, il segretario, presiede l’ufficio come un doganiere implacabile. Un tempo i suoi urli laceranti dopo un contrasto minimo facevano tremare gli arbitri di tutta la galassia, convincendoli che fosse stato colpito da un cecchino in piena area di rigore. Oggi, appesa la maschera da simulatore al chiodo, ha intrapreso una crociata personale contro il fumo: se qualcuno osa accendere una sigaretta nel suo raggio d’azione, Mauro è pronto a inscenare un’ultima, drammatica caduta, ma solo dopo aver eliminato il colpevole con la freddezza di un sicario armato da Stalin. 

L’ex Presidente Claudio Carbonari, l’uomo che ha traghettato la Cluentina dai bassifondi della Terza Categoria fino alle vette della Prima, osserva il banchetto con distacco presidenziale. Ex fumatore pentito, cammina ora con un sigaro mastodontico perennemente incastrato tra i denti: non lo accende mai, per una sorta di voto mistico, limitandosi a masticarlo con la ferocia di chi vorrebbe divorarsi l’arbitro della domenica precedente. 

Accanto a lui, Laura Sestili, sua moglie, la donna che incarna la diplomazia del buon cuore in un mare di colesterolo e tattiche sbagliate. Divisa tra i consigli comunali di Pollenza e la missione di salvare il prossimo, Laura è l’unica capace di guardare un difensore che ha appena abbattuto un avversario e vederci comunque un’anima da redimere. La sua dolcezza è tale che, se potesse, trasformerebbe i cartellini rossi di Pieristè in buoni pasto per i bisognosi. 

Proprio mentre i piatti iniziano a girare vorticosamente, l’atmosfera si scalda per l’arrivo delle autorità cittadine. Alessandro Savi, l’addetto stampa che scrive i comunicati con lo sguardo rivolto a Est, vede materializzarsi al tavolo della giunta un dispiegamento di forze che farebbe tremare il Cremlino. Di colpo si trova davanti il gotha del potere locale: l’assessore ai lavori pubblici Andrea Marchiori, impegnato a collaudare la tenuta strutturale dei cannelloni con la stessa pignoleria di un viadotto appena inaugurato; l’assessore alla sicurezza Paolo Renna, che scruta i commensali con l’aria di chi vorrebbe emettere un DASPO immediato per ogni brindisi; e la bellissima vice-sindaco Francesca D’Alessandro, la cui eleganza illumina la sala più dei fari dello stadio di Piediripa. 

Savi, sentendo la suoneria dell’inno sovietico fremere in tasca come un ordine d’attacco di Stalin, si lancia verso il tavolo con un tovagliolo rosso brandito come una bandiera e un’espressione di ferocia dialettica. “Compagni… pardon, Signori,” esordisce puntando l’indice contro Marchiori e Renna, “stavo proprio redigendo un nuovo comunicato: la Cluentina non perde mai, semmai attua una ritirata strategica verso il sol dell’avvenire. Mi chiedo, Marchiori, se i vostri uffici abbiano previsto fondi per la manutenzione straordinaria della nostra difesa o se preferite lasciare il fango di Piediripa al libero mercato del contropiede reazionario! “ 

Poi, ignorando platealmente il protocollo e i colleghi maschi, si fionda sulla D’Alessandro con un inchino che trasuda propaganda e desiderio di annessione. “Vice-sindaco,” sussurra con uno sguardo che vorrebbe nazionalizzare ogni suo sorriso, “la vostra bellezza è un’egemonia culturale che non ammette repliche, un’estetica del popolo che annichilisce anche l’opposizione. Siete il manifesto più riuscito di questa amministrazione, ma sappiate che qui il plusvalore non lo decide il bilancio, lo decidono solo i gol di Mancini… e forse un vostro cenno d’assenso alla mia prossima conferenza stampa”.  

Proprio mentre Savi sta per tentare l’occupazione della fascia sinistra della vice-sindaco, interviene Andrea Pieristè, il bandito. Convinto che ogni approccio diplomatico sia una perdita di tempo rispetto a un sano arrembaggio, Pieristè entra in scivolata con un fallo rude che fa sobbalzare la tavola e rovesciare il vino rosso dell’assessore Renna. 

Ben presto tutti si ricompongono e il pranzo prosegue gioioso, tra risate sguaiate, brindisi a non finire e il suono in sottofondo dell’inno sovietico che si mescola alle arie d’opera di Severino. Perché alla Cluentina, tra un congiuntivo imperfetto e una scivolata nel fango, la vera vittoria è essere lì, tutti insieme, pronti a ricominciare. 

 

Con affetto, 

Alessandro Savi